domenica, 25 ottobre 2026

Sul mito della crescita

Articolo di Sergio Sabetta

 

In un recente libro di Bill McKibben ricordato nel numero di Aprile 2009 delle Scienze e nella seguente intervista, si viene a dibattere sui limiti della crescita, procrastinati tecnologicamente ma pur tuttavia esistenti, a cui si ricollegano i metodi utilizzati per sostenere la crescita stessa.
 La sempre più stretta interdipendenza dei mercati, se da una parte ha reso più veloci e ricche le transazioni ed esteso i consumi, dall’altra ha aumentato l’attrito del sistema su uno spazio che è predeterminato anche se non ancora esaurito; la stessa evoluzione tecnologica se permette di sostenere i consumi e ne aumenta le potenzialità con l’immissione di nuove risorse economiche ed umane, presenta pur anch’essa dei limiti di crescita e delle notevoli scorie produttive, che si risolvono in un’ulteriore aumento della complessità e delle conoscenze tecnologiche, nonché delle risorse necessarie al controllo del sistema, Latouche parla delle teorie economiche come di sistemi ideologici necessari a sostenere l’economia reale industriale, ossia una “naturalizzazione” di una produzione fondata su tecnologia industriale e a giustificarne il controllo sociale insito.
 Se da una parte la disponibilità di sempre nuove risorse eleva le condizioni umane e permette un continuo sviluppo scientifico e tecnologico a seguito del raggiungimento delle masse critiche necessarie in sempre più vaste aree, dall’altra si creano difficoltà relazionali che non siano fondate su un aspetto puramente economico, vi è un’accentuarsi della tensione fra empatia ed acquisizioni di beni e risorse (Rifkin e Bauman) in un difficile e sempre nuovo equilibrio. La continua specializzazione che la tecnica impone fraziona l’uomo con una sostanziale mutilazione della personalità, d’altronde la circostanza la si può leggere anche come una corazza entro cui nascondersi, ricompensata dall’accrescersi delle possibilità a disposizione cosa che tuttavia non garantisce la bontà della scelta personale; vi è la necessità di equilibrare la specializzazione tecnica con un sapere umanistico che crei valori sociali di riferimento in cui il frazionamento produttivo si ricomponga nel tessuto sociale.....

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LaPrevidenza.it, 22/04/2010

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