martedì, 20 ottobre 2026

Incoerenza e cambiamento

Prof. Sergio Sabetta

 

Nella seconda metà del V ° secolo a. C. nelle città-stato della Grecia intervenne un profondo mutamento socio-economico che coinvolse anche il pensiero passando dalla speculazione fisica cosmogonica sulla ricerca dell’essenza delle cose  alla pratica esclusiva dei propri uffici e della propria arte, fu il momento dei “sofisti”. Il loro ideale è l’abilità suprema del persuadere in un virtuosismo eclettico fondato su un agnosticismo umanistico verso la vita, superando qualsiasi speculazione fisica e cosmologica, in cui l’interesse “esclusivo” è la capacità di comunicazione. Negando i modelli pre-esistenti sociali e culturali a cui conformarsi riducono tutto al successo nella vita sociale civilizzata e quindi principalmente nella possibilità di godersi i benefici dello sviluppo economico avvenuto dopo la fine delle guerre persiane con la battaglia di Platea. Nel dibattito se religione e morale siano innate e pertanto naturali all’uomo o al contrario frutto di costumi o tradizioni, i grandi sofisti della prima generazione ( Protagora- Gorgia- Prodico- Ippia) si schierano per la seconda alternativa senza per questo negare la morale usuale della propria città-stato. Il processo iniziato con la scuola Ionica in cui si ripensa la cosmogonia indipendentemente dalle tradizioni, si conclude per l’aspetto sociale con la disintegrazione delle tradizioni e delle consuetudini negli allievi dei grandi maestri sofisti, senza che vengano esplorate  ed evidenziate nuove virtù sociali su cui fondare in termini collaborativi e non cinici i rapporti nelle città-stato stesse. La necessità di un nuovo concetto chiaro e coerente della personalità intellettuale e morale dell’uomo, quale agente responsabile delle proprie azioni nel bene e nel male, viene infine per reazione individuata da Socrate che attraverso la “maieutica” porta a riflettere sulla propria “anima”, ossia sulle verità del proprio io e quindi sulla virtù della conoscenza del Bene che diventa anche una virtù civile a cui dare testimonianza con il proprio agire, che per Socrate si risolve in una testimonianza con la vita. La trasformazione qui descritta ha più volte attraversato la storia con conseguenze notevoli sulle regole poste alla base del vivere sociale, la trasformazione dell’etica ha modificato i rapporti non solo tra i singoli ma anche tra cittadini e Stato e se da una parte ha creato nuove possibilità, dall’altro il venire meno delle consuetudini ha esposto a potenziali arbitrii. La necessità del controllo gestionale è anche in rapporto al trasformarsi delle morali private da relativamente omogenee a frammentate in piccole comunità (Viano), fornite di un forte individualismo competitivo, in cui le strutture sociali del welfare diventano l’oggetto del contendere finendo per essere depredate, in questo scenario l’unico elemento oggettivo è un controllo ragioneristico del bilancio che si risolva in un possibile contenimento della spesa, in quanto la mancanza di una visione collettiva ampiamente accettata porta all’esplodere della finanza che acquista la funzione di arbitro dell’agire pubblico.


 

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LaPrevidenza.it, 23/11/2012

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