martedì, 13 ottobre 2026

I diritti nel nuovo millennio

Prof. Sergio Benedetto Sabetta

 

Vi sono una serie di accordi e convenzioni internazionali aventi si carattere "regionale" che "generale", relativi ai diritti umani o alla protezione di particolari categorie di individui, essi possono essere di natura imperativa o privi di effetti obbligatori ma importanti da un punto di vista interpretativo.

In materia di libertà di religione rientrano in questa categoria la Dichiarazione dell' ONU del 1981 e la Dichiarazione Universale del 1948.

La Carta delle Nazioni Unite del 26 giugno 1945 acquista al contrario un carattere imperativo, impegnando gli Stati firmatari al rispetto dei diritti fondamentali senza possibilità di alcuna modifica, anche mediante accordi.

A sua volta la Dichiarazione ONU del 1969 sul progresso e lo sviluppo sociale, rinforza la Proclamazione della Conferenza internazionale di Teheran sui diritti umani del 1968 di carattere programmatico.

Alla Dichiarazione dell'Assemblea Generale dell' ONU del 1981 e al Patto sui diritti civili e politici del 1966, atti fondamentali sul diritto alla libertà di religione, si affiancano le Convenzioni contro il genocidio del 1948, sullo status dei rifugiati del 1951, sugli apolidi del 1954, contro la discriminazione razziale del 1965, sull'abolizione dei lavori forzati del 1956 (Conferenza generale dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro), sulla discriminazione in materia di impieghi e professioni (Convenzione dell'OIL del 1958), sulla discriminazione nel campo dell'insegnamento (Convenzione UNESCO del 1960, sui diritti del fanciullo (Dichiarazione del 1959), sul trattamento dei detenuti (Congresso delle Nazioni Unite del 1955), sulla eliminazione della discriminazione razziale (Dichiarazione del 1963), contro la discriminazione verso le donne (Dichiarazione del 1967).

Dal Rapporto UNESCO del 1979 a Bangkok è emerso lo stretto rapporto tra libertà religiosa e identità culturale, a cui è seguita la Conferenza Mondiale UNESCO sulle politiche culturali a città del Messico del 1982, che ha ratificato un più ampio concetto di cultura in cui si fondono azione, pensiero, immaginazione, sia in senso materiale che spirituale.  Questo progressivo individualismo fondato sul riconoscimento dei diritti dell'individuo, porta ad un possibile conflitto fra soggetti titolari dello stesso diritto ma appartenenti a tradizioni socio-culturali diverse, una sfida propria dell'attuale mondializzazione e della sua conseguente mondialità non più unidirezionale.

Vi è quindi quello che può definirsi come uno scontro di libertà, un caso tipico del quale è la libertà religiosa, in cui occorre contemperare la libertà di espressione con il diritto alla rivendicata libertà di credo.

Il dovere che nasce, pertanto, all'interno dello stesso diritto deve impedire il sorgere dl conflitto tra due diritti configgenti, come nel ricordato caso tra libertà di espressione e diritto di credo, si veda il caso Otto Preminger Institut, sent. 20/9/1994 della Corte di Strasburgo.

D'altronde il concetto di dovere può essere declinato in differenti modi, come nel caso dell'obiezione di coscienza, dove con sentenza n. 164 del 1985 la Corte Costituzionale, in rapporto all'art. 52 Cost., ha distinto tra dovere di difesa e obbligo del servizio militare armato.

Concezioni del mondo diverse vengono quindi a raffrontarsi ed affrontarsi, rendendo più incerti i confini culturali nazionali (Kurtz), con la tecnologia che nel ridurre spazio e tempo crea la difficoltà di una propria chiara definizione culturale.

L'incertezza si trasforma in una aumentata conflittualità interna, nella ricerca di una propria sicurezza mediante aggressività con lo sfaldamento della trama sociale.

Nell'ordinamento americano dove la contrapposizione dei diritti è più facilmente evidente, visto anche il confluire di varie culture e la contempo l'affermazione delle libertà individuali, si è elaborato il principio del "bilanciamento" al fine di fare prevalere l'interesse ritenuto più essenziale o più importante.

La difesa di una libertà assoluta con il solo limite di una "pericolosità per la società" chiara ed attuale, si è rivelata al lato pratico non attuabile per risolvere una contrapposizione di diritti individuali.  Pertanto in una serie di decisioni, tra le quali negli anni Ottanta nei casi di O'Lone v. Estate of Shabazz e Bowen v. Roy, la Suprema Corte ha adottato il principio dell'interesse "prevalente" in un "bilanciamento degli interessi".

(Sergio Benedetto Sabetta)

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LaPrevidenza.it, 15/03/2020

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