La globalizzazione nella giurisdizione commerciale

 

Sergio Sabetta

 

 

“Mancanza di un pensiero chiaro, confusione di giudizio finché non arriva l’emergenza” ( Wiston Churchill )

 

         L’attuale globalizzazione favorita dalla tecnologia e dalla caduta delle barriere ideologiche è stata impostata sulla forte individualizzazione della tecnologia e pertanto sulla difficoltà del controllo dei flussi economici anche in conseguenza dei costi abbattuti. E’ nata la speranza, nei primi anno novanta, di un superamento dei conflitti armati quale conseguenza dell’apertura dei mercati, quello che in parte è mancata è stata la previsione di un accrescersi della criminalità in primis organizzata, quale conseguenza della facilità di movimento di merci e persone, è inoltre aumentata la possibilità che un solo individuo non inserito in posti di vertice possa causare seri danni.

         Se a quanto detto si aggiungono le ricorrenti crisi finanziarie che a partire dalla metà degli anni ’90 hanno colpito ciclicamente il tessuto economico mondiale globalizzato, si capisce il perché è cresciuto in questi ultimi anni l’interesse per la realizzazione di una governance globale, essendo emersi i limiti di una gestione della regolamentazione del mercato mediante organizzazioni private delegate per settore dal pubblico, anche con riferimento ai conflitti di interesse che emergono nell’elaborazione e applicazione degli standard, principi o altre regole di condotta soprattutto nella movimentazione dei capitali (Moisés Naìm ).

         Si è discusso in dottrina se sono le crisi sistemiche che preparano i cambiamenti oppure gli interessi economici prevalenti degli agenti più forti all’interno del sistema, al riguardo si è avanzata una terza ipotesi che sono invece le idee gli elementi strutturali che preparano e permettono agli attori di elaborare e sponsorizzare dei mutamenti interpretativi del sistema stesso.

         La crisi permette di elaborare nuove interpretazioni o di scongelare idee altrimenti del tutto minoritarie quali strumenti di lettura degli eventi, una volta interpretata la realtà tale interpretazione è perseguita e mantenuta fino alla crisi successiva, la quale a seguito del livello di profondità rafforzerà l’attuazione del sistema di idee già elaborato oppure lo travolgerà permettendo il nascere di nuove configurazioni nella lettura degli accadimenti, così come ampiamente descritto ed analizzato nello studio di Moschella sull’evolversi negli annoi ’90 del regime finanziario internazionale a seguito della crisi messicana del 1995 e della successiva crisi tailandese del 1997.

         Si tratta dell’interagire  di sistemi “aperti” che la globalizzazione ha favorito, vi è pertanto la necessità di una omeostasi nel funzionamento sistemico e di feedback negativi atti a correggere gli eccessi. Si crea di fatto una differenziazione e una specializzazione funzionale per cui interviene la necessità di una integrazione, la quale tuttavia comporta a sua volta l’urgenza di interventi regolatori da gestire con grande cura tali da equilibrare i bisogni interni al sistema economico in funzione ai cambiamenti esterni.

         Questo comporta il riconoscere l’esistenza di modelli organizzativi validi a seconda del compito e dell’ambiente, circostanza che impone il riconsiderare il sistema atto al mantenimento delle regole in ambito internazionale, valutata  l’insufficienza dell’autoregolazione in termini privatistici mediante standard ma anche la limitatezza degli interventi statali per quanto coordinati internazionalmente.

         Si pone la questione preliminare dell’elaborazione delle nuove idee che presiederanno la fase più strettamente normativa e procedurale. Nel porre l’economia e l’aspetto produttivo in primo piano, fino a giungere all’auto-definizione della finanza non più quale supporto alla produzione ma quale elemento che di per se stesso produce ricchezza, si interpreta lo stato come un buon affare, il privato economico è sinonimo di libertà ma anche di “coniuratio” ( Lopez) nel confronto delle regole collettive imposte in nome di una autonoma capacità di ricchezza.

         Gruppi privati tendono ad essere investiti di funzioni pubbliche in termini di de regolazione ed autonomia, elaborano standard controllandone l’applicazione, si recuperano aspetti propri dell’autonomia commerciale comunale per la quale i mercanti regolavano i propri affari seguendo autonome prassi uniformi; lo ius marcatorum nato dal ceto mercantile per essere applicato dallo stesso nelle proprie transazioni.

         L’ omogeneità culturale che tale procedura necessita in via preventiva, costituisce il collante di una regolazione di affari il cui equilibrio è fondato sul contrasto di interessi in cui vi è un minimo comune denominatore nell’informazione sulle merci, circostanza che attualmente viene a mancare in molte transazioni economiche. Nasce quindi la necessità di un intervento pubblico nella fase regolamentativa, ma permane peraltro la necessità di una giurisdizione commerciale internazionale omogenea non solo in termini normativi ma anche interpretativi, circostanza che imporrebbe una supervisione qualitativa della stessa che può realizzarsi, se non con giurisdizioni superiori internazionali, anche in termini dissuasivi dai portatori dei maggiori interessi economici, soprattutto nei confronti delle giurisdizioni statali minori fornite di istinti pirateschi secondo un concetto biologico di sopravvivenza.

 

 

Bibliografia

 

·        Moisés Naìm, La globalizzazione ? Indietro non si torna, Il Sole 24 Ore, 15, 104, 14/4/09;

·        M. Moschella, Cooperazione “centralizzata” e “decentralizzata”: il regime finanziario internazionale nell’era della globalizzazione finanziaria, in Rivista Italiana di Scienza Politica, 341-364, 3, 12/2008;

·        R. S. Lopez, La nascita dell’Europa, Einaudi 1966;

·        A. Grandori, Organizzazione e comportamento organizzativo, Il Mulino 1999.