Sentenza n. 1339 del 26
gennaio 2004
DANNO DA VIOLAZIONE DEL TERMINE RAGIONEVOLE DEL
PROCESSO - PRINCIPI STABILITI DALLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO IN TEMA
DI DANNO NON RAGIONEVOLE
(Sezione Unite Civili - Presidente V. Duva -
Relatore E. Lupo)
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
In un giudizio promosso da A. L. per la
corresponsione dell'equa riparazione a titolo di danno non patrimoniale ai
sensi della legge 24 marzo 2001 n. 89, quantificata dal ricorrente in lire 15
milioni, l'adita Corte di appello di Roma, con il
decreto depositato il 27 dicembre 2001 - accertata la durata irragionevole del
processo presupposto (avente ad oggetto una domanda di risarcimento dei danni
derivanti da infiltrazioni di acqua subite dall'appartamento del ricorrente) - non
ha riconosciuto il chiesto indennizzo per il danno morale, sulla base della
considerazione che "la domanda riguardava non aspetti delicati della vita
affettiva o di relazione, ma si chiedeva un ristoro esclusivamente patrimoniale
e non di rilevante entità liquidato in una cifra nell'ordine di qualche
centinaio di migliaia di lire. Rispetto a tanto, appare obiettivamente
impossibile quantificare il danno non patrimoniale che sarebbe da ragguagliare
...all'entità della causa e non essendosi offerta la prova che il ricorrente
versasse in condizioni economiche così precarie da renderlo sensibile anche
all'incertezza derivante dal dubbio sulla spettanza di somme di modestissima
entità".
Avverso il decreto della Corte di appello di
Roma A. L. ha proposto ricorso per cassazione,
deducendo tre motivi, a cui il Ministero della giustizia ha resistito con controricorso. Il ricorso, assegnato in un primo momento
alla Prima Sezione di questa Corte, a cui il ricorrente ha presentato memoria,
é stato poi assegnato alle Sezioni unite, con provvedimento del Primo
Presidente del 18 giugno 2003, che ha accolto l'istanza
del ricorrente, per la soluzione di questione di massima di particolare
importanza. Il Ministero della giustizia ha presentato memoria alle Sezioni
unite.
MOTIVI DELLA DECISIONE
I tre motivi del ricorso sono tutti
connessi.
Con il primo motivo (violazione e mancata applicazione dell'art. 2, commi 1 e
3, della legge n. 89/2001, nonché degli artt.2056 e 1226 c.c., in
relazione all'art. 360 n. 3 e 5 c.p.c.) il ricorrente
- premesso che la ratio della legge n. 89 del 2001 consiste nell'assicurare
all'istante una tutela analoga a quella che egli riceverebbe davanti alla Corte
europea dei diritti dell'uomo – fa presente che nel giudizio si controverte del
risarcimento del danno maturato per il ritardo nel processo presupposto a
partire dal 16 aprile 1996, giacché, a seguito di un precedente ricorso alla
vecchia Commissione europea dei diritti dell'uomo, era già stata accertata la
violazione della norma convenzionale e, al termine del giudizio, il Comitato
dei ministri del Consiglio d'Europa aveva riconosciuto in suo favore la somma
di L. 11.000.000 per il ritardo maturato fino a tale
data. Il ricorrente si duole che la Corte di appello
non abbia preso in considerazione tale precedente pronunzia dei giudici di
Strasburgo. Così facendo, la Corte di appello si è
discostata del tutto dalla decisione della Corte europea, disattendendo anche i
parametri valutativi a cui invece avrebbe dovuto attenersi. In particolare il
ricorrente sostiene che, una volta accertata la violazione dell'art. 6,
paragrafo 1, della CEDU, sotto il profilo del diritto alla ragionevole durata
del processo, il giudice adito, versandosi in un'ipotesi di oggettiva
responsabilità di carattere internazionale dello Stato, avrebbe dovuto
procedere alla liquidazione in via equitativa del
danno non patrimoniale, consistente nello stress, nello stato di incertezza e
di ansia circa l'esito del giudizio protrattosi per un tempo eccessivamente
lungo. La violazione della norma convenzionale genererebbe sempre, come
conseguenza immediata e diretta, un danno alla persona, perché il soggetto verrebbe leso nel suo diritto fondamentale a veder definita
la controversia, che lo coinvolge come parte, entro un termine ragionevole.
Inoltre, la particolarità della richiesta risarcitoria
avrebbe dovuto indurre la Corte di appello a fare
ricorso al meccanismo di cui all'art. 1226 c.c.,
anche al fine di omologarsi alla giurisprudenza consolidata della Corte
europea. Secondo la giurisprudenza di legittimità, infatti, viola quest'ultima disposizione il giudice del merito che non
prenda in considerazione una voce di danno sicuramente sussistente, ma di incerta misura, omettendo il ricorso alla valutazione equitativa.
Con il secondo motivo i1 ricorrente,
deducendo la violazione delle stesse disposizioni di legge indicate in relazione al primo motivo nonché vizi di motivazione,
sostiene che il danno non patrimoniale costituisce una conseguenza naturale e
diretta della violazione del termine ragionevole, onde esso potrebbe escludersi
solo se dai fatti di causa risultasse un interesse della parte al protrarsi nel
tempo del giudizio durato eccessivamente. E' illogica e carente la motivazione
nella parte in cui fa dipendere la possibilità di pervenire alla liquidazione
del danno da una valutazione meramente economica, mentre le caratteristiche del
richiesto danno (non patrimoniale) afferiscono alla
persona umana e ad un diritto della stessa fondamentale ed inviolabile. La
Corte di appello avrebbe dovuto procedere alla
interpretazione della legge n. 89/2001 senza distanziarsi dai parametri di
indennizzo applicati dalla Corte di Strasburgo. Il ricorrente osserva, ancora,
che è erroneo il ricorso, da parte del decreto impugnato, al parametro della
posta in gioco, il quale potrebbe essere impiegato, in conformità della
giurisprudenza della Corte europea, al fine di riconoscere con maggiore
facilità l'esistenza della violazione, non già per escludere la sussistenza del
danno.
Con il terzo motivo, denunciando omessa
motivazione circa un punto decisivo della controversia in
relazione all'art. 360 n. 5 c.p.c., il
ricorrente, nel ribadire di avere chiesto il risarcimento per l'eccessiva
durata del processo soltanto per il periodo immediatamente successivo a quello
per il quale i giudici di Strasburgo gli avevano già riconosciuto un'equa
soddisfazione, lamenta che la Corte di appello non abbia tenuto conto della
decisione presa in sede internazionale, non ostante tale procedente riguardasse
proprio la questione sottoposta al suo esame. Ad avviso del ricorrente, la
Convenzione dei diritti dell'uomo (d'ora in poi: CEDU) rappresenta uno standard
minimo di tutela, di guisa che il giudice italiano, nell'ambito delle sue
funzioni, potrebbe accogliere soltanto soluzioni più favorevoli per la parte
istante, ma mai più sfavorevoli.
Il presente ricorso pone la questione di
massima di quale effetto giuridico debba attribuirsi -
nell'applicazione della legge 24 marzo 2001 n. 89, ed in particolare nella
identificazione del danno non patrimoniale derivante da violazione del termine
ragionevole del processo - alle pronunzie della Corte europea dei diritti
dell'uomo, sia considerate in linea generale come orientamenti interpretativi
che tale Corte ha elaborato in ordite alle conseguenze di detta violazione, sia
con riferimento all'ipotesi specifica in cui la Corte europea abbia avuto già
modo di pronunziarsi sul ritardo verificatosi nella decisione di un determinato
processo.
Ed infatti, nel
caso di specie, la Corte europea ha già valutato il ritardo nella decisione
della causa civile instaurata il 26 maggio 1986 dal ricorrente L. per il periodo fino al 16 aprile 1996, ritenendo dovuta
al ricorrente l'equa soddisfazione prevista dall'art. 41 della CEDU per il
ristoro delle conseguenze non patrimoniali. Il L. ha
agito davanti alla Corte di appello di Roma, chiedendo
il risarcimento del danno non patrimoniale limitatamente al periodo successivo
al 16 aprile 1996, sulla base della legge nazionale n. 89/2001, medio tempore approvata.
La Corte di appello,
con il decreto impugnato, ha implicitamente ritenuto irrilevante la precedente
decisione della Corte europea intervenuta in ordine al ritardo dello stesso
processo presupposto, perché ha preso in esame l'intero periodo dal 25 maggio
1986 in poi, ritenendo sussistente la violazione del termine ragionevole del
processo instaurato dal L., ma negando che questi abbia subito, a causa di
detta violazione, un danno non patrimoniale, e quindi rigettando la domanda di
corresponsione dell'indennizzo previsto dalla legge n. 89/2001.
La soluzione della questione di massima
posta alle Sezioni unite esige la considerazione della lettera e delle finalità
della legge n. 89/2001.
Come chiaramente si desume dall'art. 2,
comma 1, della detta legge, il fatto giuridico che fa sorgere il diritto
all'equa riparazione da essa prevista è costituito
dalla "violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti
dell'uomo e delle libertà fondamentali, ratificata ai sensi della legge 4
agosto 1955 n. 848, sotto il profilo del mancato rispetto del termine
ragionevole di cui all'art. 6, paragrafo 1, della Convenzione". La legge
n. 89/2001, cioè, identifica il fatto costitutivo del
diritto all'indennizzo per relationem, riferendosi ad
una specifica norma della CEDU. Questa Convenzione ha istituito un giudice
(Corte europea dei diritti dell'uomo, con sede a Strasburgo) per il rispetto
delle disposizioni in essa contenute (art. 19), onde
non può che riconoscersi a detto giudice il potere di individuare il significato
di dette disposizioni e perciò di interpretarle.
Poiché il fatto costitutivo del diritto
attribuito dalla legge n. 89/2001 consiste in una determinata violazione della
CEDU, spetta al Giudice della CEDU individuare tutti gli elementi di tale fatto
giuridico, che pertanto finisce con l'essere "conformato" dalla Corte
di Strasburgo, la cui giurisprudenza si impone, per
quanto attiene all'applicazione della legge n. 89/2001, ai giudici italiani.
Non è necessario, allora, porsi
il problema generale dei rapporti tra la CEDU e l'ordinamento interno, su cui
si è ampiamente soffermato il Procuratore Generale in udienza. Qualunque sia l'opinione che si abbia su tale controverso problema, e
quindi sulla collocazione della CEDU nell'ambito delle fonti del diritto
interno, è ceto che l'applicazione diretta nell'ordinamento italiano di una
norma della CEDU, sancita dalla legge n. 89/2001 (e cioè dall'art. 6, § 1,
nella parte relativa al ''termine ragionevole"), non pub discostarsi
dall'interpretazione che della stessa norma dà il giudice europeo.
L'opposta tesi, diretta a
consentire una sostanziale diversità tra l'applicazione che la legge n. 89/2001
riceve nell'ordinamento nazionale e l'interpretazione data dalla Corte di
Strasburgo al diritto alla ragionevole durata del processo, renderebbe priva di
giustificazione la detta legge n. 89/2001 e comporterebbe per lo Stato italiano
la violazione dell'art. 1 della CEDU, secondo cui "le Parti Contraenti
riconoscono ad ogni persona soggetta alla loro giurisdizione i diritti e le
libertà definiti al titolo primo della presente Convenzione" (in cui è
compreso il citato art. 6, che prevede il diritto alla definizione del processo
entro un termine ragionevole).
Le ragioni che hanno determinato
l'approvazione della legge n. 89/2001 si individuano
nella necessità dì prevedere un rimedio giurisdizionale interno contro le
violazioni relative alla durata dei processi, in modo da realizzare la sussidiarietà dell'intervento della Corte di Strasburgo,
sancita espressamente dalla CEDU (art. 35: " la Corte non può essere adita
se non dopo l'esaurimento delle vie di ricorso interne"). Sul detto
principio di sussidiarietà si fonda il sistema
europeo di protezione dei diritti dell'uomo. Da esso deriva il dovere degli Stati che hanno ratificato la
CEDU di garantire agli individui la protezione dei diritti riconosciuti dalla
CEDU innanzitutto nel proprio ordinamento interno e di fronte agli organi della
giustizia nazionale. E tale protezione deve essere "effettiva" (art.
l3 della CEDU), e cioè tale da porre rimedio alla
doglianza, senza necessità che si adisca la Corte di Strasburgo.
Il rimedio interno introdotto dalla legge n.
89/2001, in precedenza, non esisteva nell'ordinamento italiano, con la
conseguenza che i ricorsi contro l'Italia per la violazione dell'art. 6 della
CEDU avevano "intasato" (è il termine usato dal relatore Follieri nella seduta del Senato del 28 settembre 2000) il
giudice europeo. Rilevava la Corte di Strasburgo, prima della legge n. 89/2001,
che le dette inadempienze dell'Italia riflettono una situazione che perdura,
alla quale non si à accora rimediato e per la quale i soggetti a giudizio non dispongono di alcuna via di ricorso interna. Tale accumulo di inadempienze è, pertanto, costitutivo di una prassi
incompatibile con la Convenzione" (quattro sentenze della Corte in data 28
luglio 1999, su ricorsi di omissis).
La legge n. 89/2001 costituisce la via di
ricorso interno che la "vittima della violazione" (così sfinita
dall'art. 34 della CEDU) dell'art. 6 (sotto il profilo del mancato rispetto del
termine ragionevole) deve adire prima di potersi rivolgere alla Corte europea
per chiedere la "equa 6 soddisfazione" prevista dall'art. 41 della
CEDU, la quale, quando sussista la violazione, viene
accordata dalla Corte soltanto "se il diritto interno dell'Alta Parte
contraente non permette che in modo incompleto di riparare le conseguenze di
tale violazione". La legge n. 89/2001 ha, pertanto, consentito alla Corte
europea di dichiarare irricevibili i ricorsi ad essa presentati (anche prima dell'approvazione della stessa
legge) e diretti ad ottenere l'equa soddisfazione prevista dall'art. 41 CEDU
per 1a lunghezza del processo (sentenza 6 settembre 2001, Brusco c. Italia).
Tale meccanismo di attuazione
della CEDU e di rispetto del principio di sussidiarietà
dell'intervento della Corte europea di Strasburgo, però, non opera nel caso in
cui essa ritenga che le conseguenze della accertata violazione della CEDU non
siano state riparate dal diritto interno 0 lo siano state "sin snodo incompleto",
perché, in siffatte ipotesi, il citato art 41 prevede l'intervento della Corte
europea a tutela della "vittima della violazione". In tal caso il
ricorso individuale alla Corte di Strasburgo ex art 34 della CEDU è ricevibile
(sentenza 27 marzo 2003, omissis c. Italia) e la Corte provvede a tutelare direttamente il diritto della vittima
che essa ha ritenuto non completamente tutelato dal diritto interno.
Il giudice della completezza o meno della
tutela che la vittima ha ottenuto secondo il diritto interno
è, ovviamente, la corte europea, alla quale spetta di fare applicazione
dell'art. 41 CEDU per accertare se, in preserva della violazione della norma
della CEDU, il diritto interno abbia permesso di riparare in modo completo le
conseguenze della violazione stessa.
La tesi secondo cui, nell'applicare la legge
n. 89/2001, il giudice italiano può seguire un'interpretazione non conforme a
quella che la Corte europea ha dato della norma dell'art. 6 CEDU (la cui
violazione costituisce il fatto costitutivo del diritto all'indennizzo
attribuito dalla detta legge nazionale), comporta che la vittima della
violazione, qualora riceva in sede nazionale una riparazione ritenuta
incompleta dalla Corte europea, ottenga da quest'ultimo
Giudice l'equa soddisfazione prevista dall'art. 41 CEDU. Il
che renderebbe inutile il rimedio predisposto dal legislatore italiano con la
legge n. 89/2001 e comporterebbe una violazione del principio di sussidiarietà dell'intervento della Corte di Strasburgo.
Deve, allora, concordarsi con la Corte
europea dei diritti dell'uomo la quale, nella citata
decisione sul ricorso Scordino (relativo alla incompletezza della tutela
accordata dal giudice italiano in applicazione della legge n. 89/2001), ha
affermato che "deriva dal principio di sussidiarietà
che le giurisdizioni nazionali devono, per quanto possibile, interpretare ed
applicare il diritto nazionale conformemente alla Convenzione".
Questo dovere per il giudice italiano,
chiamato a dare applicazione alla legge n. 89/2001, di interpretare detta legge
in modo conforme alla CEDU per come essa vive cella
giurisprudenza della Corte europea, opera "per quanto possibile", e
quindi solo nei limiti in cui detta interpretazione conforme sia resa possibile
dal testo della stessa legge n. 89, non potevo certo il giudice violare quest'ultima legge, alla quale egli 8 pur sempre soggetto
(concetto esattamente sottolineato nella memoria del Ministero della
giustizia).
Ma un eventuale
contrasto tra la legge n. 89/2001 e la CEDU porrebbe una questione di conformità
della stessa con la Costituzione che, come si è visto, tutela lo stesso bene
della ragionevole durata del processo, oltre a garantire i diritti inviolabili
dell'uomo (art. 2). Occorre, allora, accertare se possa
darsi alla detta legge un interpretazione che sia conforme alla CEDU, in
applicazione del canone ermeneutico secondo cui va
preferita l'interpretazione della legge che la renda conforme alla
Costituzione.
Dalla giurisprudenza della Corte di
Strasburgo si desume che il danno non patrimoniale conseguente alla durata non
ragionevole del processo, una volta che sia stata provata detta violazione
dell'art. 6 della CEDU, viene normalmente liquidato
alla vittima della violazione, senza bisogno che la sua sussistenza sia
provata, sia pure in via soltanto presuntiva. E ciò a differenza del danno
patrimoniale, per cui si richiede invece la prova
della sua esistenza.
Al riguardo possono consultarsi le recenti sentenza della Corte di Strasburgo su ricorsi
contro l'Italia, emanate in data 31 luglio 2003 (cause omissis), in data
28 marzo 2002 (cause omissis), in data 19 febbraio 2002 (cause omissis),
in data 12 febbraio 2002 (cause omissis), sentenze tutte che, accertata
la violazione del termino ragionevole di durata, hanno liquidato alle vittime
il danno non patrimoniale ritenuto sussistente senza bisogno di alcun
accertamento al riguardo.
Siffatto orientamento interpretativo della
Corte europea non significa, però, che il danno non patrimoniale sia insito nella mera esistenza della violazione, sia cioè,
come si usa dire, in re ipsa. Ciò comporterebbe che,
accertata la violazione, dovrebbe necessariamente
conseguirne il risarcimento del danno non patrimoniale, che non potrebbe
giammai essere escluso. Ma tale tesi interpretativa si
porrebbe in chiaro contrasto proprio con l'art. 41 CEDU, ove si prevede che,
accertata la violazione, la Corte europea accorda un'equa soddisfazione alla
parte lesa "quando è il caso", e quindi non in tutti i casi. E, in applicazione di tale disposizione, la Corte di
Strasburgo, alcune volte, ha ritenuto sufficiente a riparare il danno morale
della vittima il riconoscimento solenne, contenuto nella decisione di merito,
che la violazione dedotta nel ricorso sussiste (tra le decisioni recenti v., in
relazione però a violazioni dìverse da quella sulla
durata del processo, sentenza 14 novembre 2000, causa omissis; sentenza
10 ottobre 2000, causa omissis; sentenza 6 giugno 2000, causa omissis;
e, nei confronti dell'Italia, sentenza 30 ottobre 2003, su ricorso omissis,
che ha accertato la violazione del diritto di accesso ad un tribunale).
Non è, quindi, accettabile la tesi del cal.
danno evento, e cioè del danno non patrimoniale insito
nella violazione della durata ragionevole del processo. Il danno non
patrimoniale, anche secondo la CEDU, costituisce una conseguenza della detta
violazione, la quale, però, a differenza del danno patrimoniale, si verifica normalmente, e cioè di regola, per effetto della
violazione stessa. Ed invero è normale che la anomala
lunghezza della pendenza di un processo produca nella parte che vi è coinvolta
un patema d'animo, un'ansia, ima sofferenza morale che non occorre provare, sia
pure attraverso elementi presuntivi. Trattasi di conseguenze non patrimoniali
che possono ritenersi presenti secondo l'id quod plerumque accidit, senza bisogno di alcun
sostegno probatorio relativo al singolo caso.
Possono, però, aversi situazioni concrete in
cui tali conseguenze normali della pendenza del processo vanno escluse, perché
il protrarsi del giudizio risponde ad un interesse della parte o è comunque destinato a produrre conseguenze che la parte
percepisce a sé favorevoli. Si pensi, per fare un esempio (che prescinde dal
caso oggetto del presente giudizio, ma che è consentito dal fatto che le
Sezioni unite sono chiamate a risolvere una questione di massima rilevante
anche in altri giudizi), al caso di un locatario che, durante il giudizio,
continui a detenere l'immobile locato e quindi a beneficiare delle utilità
derivanti dalla detenzione del bene, onde la lunghezza del giudizio comporti
per lui effetti favorevoli, anziché negativi. Più in generale, può dirsi che la
piena consapevolezza nella parte processuale civile della infondatezza
delle proprie istanze o della loro inammissibilità rende inesistente il danno
non patrimoniale, perché tale consapevolezza fa venire meno l'ansia ed il
malessere correlati all'incertezza della lite, essendo con gli stessi
incompatibile (v., in tal senso, Cass. 11 dicembre 2002 n. 17650; 18 settembre
2003 n. 13741).
In assenza di tali situazioni particolari
che si rilevino presenti nel singolo caso concreto, il
danno non patrimoniale non può essere negato alla persona che ha visto violato
il proprio diritto alla durata ragionevole del processo, ed ha perciò subito
l'afflizione causata dall'esorbitante attesa della decisione (a prescindere
dall'esito della stessa, e quindi anche se di contenuto sfavorevole alla
vittima della violazione).
Il ritenere che il danno non patrimoniale si verifica normalmente per effetto della violazione
dell'art. 6 della CEDU (sotto il profilo del mancato rispetto del termine
ragionevole) non si pone in contrasto con le disposizioni della legge n.
89/2001, ed in particolare con l'art. 2, che configura il diritto all'equa
riparazione.
La legge nazionale, in coerenze con la sua
ratio giustificativa (v. retro, § 3), non si è voluta discostare dalla CEDU.
Particolarmente significativo in tal senso è il
disposto del comma 2 dell'art. 2, ove sono indicati i criteri che il giudice
italiano è tenuto a considerare al fine di accertare se vi sia stata o aberro
violazione del termine ragionevole: la complessità del caso, il comportamento
delle parti e quello del giudice e delle altre autorità. Sono questi i tre
criteri principali elaborati dalla giurisprudenza europea sulla CEDU, che vengono normalmente enunciati nello stesso ordine seguito
dalla citata norma della legge italiana.
Ed ancora più
espliciti sono i lavori preparatori della legge n. 89/2001. Nella relazione al
disegno di legge del sen. Piceo (atto Senato n. 3813 del 16 febbraio 1999) si
afferma che il meccanismo riparatorio proposto con
l'iniziativa legislativa (e poi recepito dalla legge
citata) assicura al ricorrente "una tutela analoga a quella che egli
riceverebbe nel quadro della istanza internazionale", poiché il
riferimento diretto all'art. 6 della CEDU consente di trasferire sul piano
interno "i limiti di applicabilità della medesima disposizione esistenti
sul piano internazionale, limiti che dipendono essenzialmente dallo stato e
dalla evoluzione della giurisprudenza degli organi di Strasburgo, specie della
Corte europea dei diritti dell'uomo, le cui sentenze dovranno quindi guidare -
come del resto anche negli altri aspetti qui rilevanti - il giudice interno
nella definizione di tali limiti".
Per quanto attiene specificamente alla
liquidazione del danno, va tenuto presente che la Camera dei deputati, nella
seduta del 6 marzo 2001, respinse un emendamento presentato dagli on. li Pecorella e Saponata,
secondo cui "il mancato rispetto del termine ragionevole .....dà diritto
ad un'equa riparazione". Tale modifica del disegno di legge Piceo avrebbe
ricollegato l'indennizzo al semplice accertamento della violazione, recependo la tesi del danno in re ipsa
e rendendo automatica la riparazione; ma, come si è visto (v. retro, il
precedente paragrafo), tale tesi non è conforme all'art. 41 CEDU, che non
contempla tale automatismo.
Deve, quindi, ritenersi che non sia in
contrasto con la CEDU la norma dell'art. 2 della legge
n. 89/2001, la quale ricollega l'indennizzo all'avere "subito un danno
patrimoniale o non patrimoniale", non considerando sufficiente
l'accertamento della mera violazione della CEDU.
La formula della legge nazionale non impedisce, però, di ravvisare una
diversità della prova richiesta per la sussistenza dei due tipi di danno,
diversità strettamente correlata alle differenti caratteristiche del danno
patrimoniale e di quello non patrimoniale. Mentre l'esistenza del primo,
derivando da circostanze esteriori e sensibili, pub (e deve) formare oggetto di
specifica dimostrazione, la sofferenza di un danno non patrimoniale per la
lungaggine del processo, avendo natura meramente psicologica, non è
suscettibile di ricevere una obiettiva dimostrazione,
onde l'interprete deve prendere atto che esso si verifica nella normalità dei
casi, secondo l'id quod plerumque accidit. Può, allora,
parlarsi, a proposito del danno non patrimoniale derivante dalla violazione
dell'art. 6 della CEDU (nel profilo considerato dalla legge n. 89/2001), non di
danno insito nella violazione (danno in re ipsa), ma
di prova (del danno) di regola in re ipso, nel senso che provata la sussistenza
della violazione, ciò comporta, nella normalità dei casi, anche la prova che
essa ha prodotto conseguenze non patrimoniali in danno della parte processuale.
Ma tale consequenzialità, proprio perché normale e non necessaria o automatica,
può trovare, nel singolo caso concreto, una positiva
smentita qualora risultino circostanze che, come si è precisato (v. retro, il
precedente paragrafo), dimostrino che quelle conseguenze non si sono
verificate.
Siffatta interpretazione, relativa alla
prova del danno non patrimoniale richiesto dalla legge n. 89/2001, deve
ritenersi consentita dalle disposizioni contenute in detta legge, e va adottata
al fine di porla in piena sintonia con la giurisprudenza della Corte europea
dei diritti dell'uomo sulle conseguenze del mancato
rispetto del termine ragionevole, evitandosi così i dubbi di contrasto della
stessa legge con la Costituzione italiana.
Le considerazioni qui esposte nei § 3-5 si
riferiscono in generale alla rilevanza degli orientamenti interpretativi della
Corte europea sulla applicazione della legge n.
89/2001 per quanto attiene alla riparazione del danno non patrimoniale.
Nella presente fattispecie, però, ogni possibilità
per il giudice nazionale di escludere il danno non patrimoniale (pure avendo
accertalo la violazione dell'art. 6 della CEDU) deve ritenersi inesistente
perché preclusa dalla precedente decisione della Corte europea che, con
riferimento allo stesso processo presupposto, ha già accertato che il ritardo
ingiustificato nella sua decisione ha prodotto conseguenze non patrimoniali in
danno del ricorrente, che la Corte stessa ha soddisfatto per un periodo
limitato. Da tale pronunzia della Corte europea consegue che, una volta accertato dal giudice nazionale il protrarsi della
violazione nel periodo successivo a quello considerato dalla detta pronunzia,
il ricorrente ha continuato a subire un danno non patrimoniale, da indennizzare
in applicazione della legge n. 89/2001.
Non può, quindi, affermarsi - come ha fatto
la Corte di appello di Roma - che l'indennizzo non è
dovuto per l'esiguità della posta in gioco nel processo presupposto. Tale
ragione, oltre ad essere resa non rilevante dal fatto che la Corte europea ha
già ritenuto sussistente il danno non patrimoniale per il ritardo nello stesso
processo, non è comunque corretta, perché l'entità
della posta in giunco nel processo ove si è verificato il mancato rispetto del
termine ragionevole non pub mai avere effetto esclusivo del danno non
patrimoniale, dato che l'ansia ed il patema d'animo conseguenti alla pendenza. del processo si verificano normalmente anche nei giudizi in
cui sia esigua l'entità della posta in gioco, onde tale aspetto potrà avere un
effetto riduttivo dell'entità del risarcimento, ma non totalmente esclusivo
dello stesso.
In conclusione, la decisione impugnata va
cassata e la causa va rinviata alla Corte di appello
di Roma, che, in diversa composizione, liquiderà al ricorrente il danno non patrimoniale
conseguente alla violazione del termine di durata per il solo periodo
successivo al 16 aprile 1996, prendendo come punto di riferimento la
liquidazione dello stesso tipo di danno effettuata dalla Corte europea dei
diritti dell'uomo, rispetto alla quale peraltro essa potrà differenziarsi, pure
se in misura ragionevole (Corte Europea, 27 marzo 2003, omissis c.
Italia).
Il giudice di rinvio si
pronunzierà anche sulle spese del giudizio di cassazione.
PER QUESTI MOTIVI
La Corte accoglie il ricorso, cassa la decisione impugnata e rinvia la
causa alla Corte di appello di Roma, anche per le
spese del giudizio di cassazione.