TERZA ETA'. LIMITE LAVORATIVO: PENSIONE
Con il passaggio all'attuale era post industriale, l'immagine sociale dell'anziano, il suo ruolo all'interno della società e della famiglia si sono modificati in modo sostanziale. Nella nostra cultura e nella nostra organizzazione sociale, infatti, la produttività e l'attività lavorativa sono basilari nell'identificazione sociale. L'inizio della vecchiaia viene oggi sottolineato, in maniera inequivocabile, dal passaggio attività lavorativa a quiescenza con conseguente perdita dello status sociale. L'uscita dall'habitat lavorativo può tradursi, per diverse persone, come l'essere tagliati fuori dal mondo e vivere la sensazione d'inutilità. La riduzione delle possibilità di contatto umano e di relazione vengono meno, così anche gli incontri con i compagni di lavoro, con gli amici/colleghi.
Nel passaggio lavoro/pensione si evidenziano tre stadi:
1.Pre-pensionamemnto
2.Elaborazione
3.Frustrazione
Cessare dalla fase attiva lavorativa genera una perdita temporanea d'interessi e di relative proiezioni nel futuro che impegnano nella progettazione e nell'organizzazione, pertanto ci si disinteressa del presente e si trascura l'aspetto costruttivo verso il futuro. In tale passaggio molto spesso s'incontrano vissuti di inutilità, di vuoto, di mancanza di prospettive e di risorse, cui non sempre la persona è in grado di contrapporre nuovi obiettivi e interessi.
Influenzano in maniera più o meno determinante le varianti soggettive quali:
- la percezione che la persona aveva del proprio lavoro e dell'ambiente lavorativo;
- il tempo intercorso dal pensionamento, in quanto è necessario un periodo di adattamento (molto utile risulta la frequentazione del gruppo dei pari perché agevola la ricostruzione di un equilibrio interiore e stimola nell'organizzazione delle attività da mettere in atto);
- la possibilità di scelta al momento del pensionamento. L'andare in pensione in maniera forzata e/o anticipata crea peggiori conseguenze a livello emotivo, soprattutto quando non vi sono alternative di attività o hobbies con cui sostituire l'attività perduta.
Influiscono anche le difficoltà economiche che limitano la qualità di vita dell'anziano e sul suo equilibrio psicologico. Notevole differenza si nota tra il pensionamento maschile rispetto a quello femminile: nell'uomo si evidenzia una difficoltà nella creazione di "altri" investimenti, che non siano il lavoro e l'ambiente in cui svolge le sue attività; la donna, solitamente, lo tollera meglio, perché assorbita nella cura della casa e della famiglia, nonché la maggiore capacità di costruire e mantenere relazioni diverse ed integrative che le consentono di compensare la fine dell'attività fuori casa. La tipologia familiare e la struttura culturale non sempre facilitano l'anziano a superare il disagio indotto dall'immissione in pensione.
L'equilibrio psicologico della persona in questa delicata fase viene messa in difficoltà dall'ambivalenza dell' ambiente, che da una parte richiede un'estetica giovanile, prestanza fisica, elasticità ed indipendenza, dall'altra giudica severamente ogni atteggiamento che non rispecchi lo stereotipo culturale dell'anzianità.
Nell'ambito familiare, la figura dell'anziano può essere vissuta come destabilizzante. In esso si notano le differenze di età e le concezioni divergenti sulla tipologia di vita e dei suoi valori, della moralità, della religione e ciò generano conflitti, frustrazioni, dissapori sino ad addivenire a sentimenti di competitività, di risentimento, di invidia, di colpevolizzazione verso i figli, i quali, molto spesso, sono iperprotettivi verso i genitori.
Ultimamente il Governo Italiano ha attuato - e sta ulteriormente perfezionando - un programma di ri-socializzazione degli anziani attribuendo loro degli incarichi dove, oltre a rendere un servizio utile alla collettività, vivono una sensazione d'"utilità" sociale avendo, in parte, acquisito una "nuova autonomia" e "importanza".
Mariagabriella CORBI
Dottoressa in Scienze dell'educazione - Consulente dell'educazione familiare - Mediatrice Familiare