sabato, 16 ottobre 2021

La prudenza nella giustizia

Parte prima

 

Aristotele nel libro V dell'Etica Nicomachea distingue tra giustizia politica, intesa quale rispetto della legge, e la giustizia quale equità, vi è qui la necessità di definire un criterio di giustizia nelle possibili varie concezioni.

L'uomo per Aristotele è di per sé un animale politico essendo teso alla socialità, una teoria messa in discussione nell'età moderna, dove lo steso concetto di giustizia distributiva intesa quale equità perde la sua naturalità per diventare con Hobbes un artificio umano, prodotto della volontà.

Già Machiavelli e Guicciardini superano il concetto di buon governo quale frutto di una collaborazione fondata sulla "iuris-prudentia", per affermare la " ragion di Stato", spezzando il rapporto tra ragione e giustizia, ossia la necessità aristotelica della concordia sociale.

La prudenza non è più quella virtù necessaria per distinguere tra bene e male, non essendovi più criteri comunemente accettati, la storia corre veloce verso nuove forme istituzionali e agli individui spetta il rischio delle decisioni, finendo per legittimare fraudolenza e violenza quali mezzi per acquisire e conservare il potere.

Mezzi sempre usati nel privato ma pubblicamente biasimati e non da esibire nella necessità di una legittimazione, ma la stessa simulazione e dissimulazione è specularmente concessa per difendersi da leggi ed ordini ritenuti ingiusti.

Se non vi è più la capacità della "iuris-prudentia" di congiungere il generale al particolare, subentra la necessità del conformarsi negando la possibilità di un giudizio autonomo per dedicarsi alla conoscenza privata, come Cartesio nelle Episteme, il quale osserva nel "Discorso sul metodo" che molti uomini non nascondono ma semplicemente ignorano il perché del loro agire.

Se neghiamo la possibilità della "parrhesia" greca, in quanto rischio, non resta che l'astuzia, come osserva Hobbes, conseguenza dell'uso di mezzi ingiusti o disonesti.

La trasformazione del concetto di prudenza da capacità di valutare i fatti e le circostanze, al fine di mantenere una giusta concordia, in cautela e astuzia, porta al deperimento della facoltà del giusto giudicare, quindi del pensare ed agire in conseguenza.

Nell'età contemporanea la disgregazione delle identità tradizionali, collegata ai bruschi e rapidi cambiamenti in atto, conduce alla necessità di una riflessione, rimangono tuttavia consuetudini necessarie all'agire inserite nell'uomo in cui viene a calarsi la prudenza.

Da modello naturale la politica diviene un artificio umano e conseguentemente artificiali le istituzioni che ne derivano, come già osservato da Hobbes.

Si pone quindi il problema della giustizia, quando si ha giustizia, che cosa è la giustizia, Rawls individua nella giustizia sociale e nella verità di pensiero le virtù fondamentali dell'attività collaborativa umana, in quanto coinvolgono sia la cooperazione che la distribuzione dei benefici che ne conseguono, il loro venire meno destabilizza e corrode nel tempo il tessuto sociale.

Si ha pertanto con la teoria della giustizia di Rawls il superamento della teoria politica normativa dominante nel secolo scorso, fondata sull'utilitarismo, la giustizia si declina nella libertà di pensiero e nel principio distributivo, puntando alla cittadinanza democratica quale equità sociale.

Nasce tuttavia un problema culturale, quello della capacità critica e dell'educazione alla cittadinanza nel rispetto della libertà, in quanto la libertà è qualcosa di delicato che può facilmente trasformarsi in arbitrio e divenire, quindi, causa essa stessa di disgregazione.

Contrapposta alla teoria della giustizia di Rawls viene a porsi la teoria libertaria dei diritti negativi di Nozick, in cui si richiama la necessità di uno Stato minimo al fine di evitare la compressione della libertà del singolo, la sua possibilità di scelta a seguito dell'intervento pubblico, una reazione all'eccesso di regolamentazione che rientra nell'aspetto ondulatorio dell'agire umano.

La giustizia diviene quindi commutativa e non distributiva, nel confronto tra egualitarismo democratico, principio di equità sociale, e libertarismo, libertà economica di mercato in uno Stato minimo.

La conciliazione tra questi due estremi sembra avvenire con il recupero aristotelico della comunità, che nel definire i confini crea una lealtà civile, le comuni radici permettono di identificarsi ed acquisire un proprio senso di giustizia mediante la tradizione.

Vi è tuttavia il problema della globalizzazione che, favorita dallo sviluppo tecnologico, crea una multi-identità, una impossibilità di un unico "soggetto" nella libertà.

Sen prova a superare teoricamente questo blocco spostando l'attenzione dal quantitativo di possesso dei beni allo stare bene nel contesto di vita, questo in virtù della conversione dei beni in funzionamento.

Il tasso di conversione dipende dai vari contesti sociali, culturali, economici in cui si divide l'umanità, torna pertanto rilevante la prudenza quale "iuris-prudentia", elemento di congiunzione tra il generale e il particolare.

(Sergio Benedetto Sabetta)

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LaPrevidenza.it, 02/10/2021

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